DOSSIER
Come essere competitivi?
Il salto di qualità è nel passaggio da semplici relazioni commerciali a vere joint venture

“Vantiamo un credito politico importante, per i contatti e i colloqui che ci sono stati e ci sono tra i più alti rappresentanti delle istituzioni italiane e russe. Ora dobbiamo trasformalo in credito industriale. Per farlo dobbiamo avere consapevolezza che le relazioni commerciali non sono più sufficienti, le aziende devono puntare su joint venture e localizzazione della produzione”. Il presidente di Confindustria Russia, Ernesto Ferlenghi, sintetizza così la partita che l’economia italiana può giocarsi per riguadagnare spazi in Russia, con l’interessante prospettiva di avere, da lì, opzioni importanti sull’amplissima area euroasiatica. Istituito quattro anni fa da Confindustria, questo avamposto degli imprenditori italiani ha lavorato per mettere a fuoco le cause del cedimento dell’export italiano - in 5 anni -13 miliardi - ma, soprattutto, per individuare le strategie più efficaci per cogliere le opportunità che le politiche economiche russe stanno creando. Dal 2014 il processo di erosione dell’export italiano verso la Russia è stato costante, tanto che dagli 11 miliardi di valore esportato nel 2013 si è passati agli 8 miliardi del 2018 e in questo arco di tempo il calo complessivo è stato appunto di 13 miliardi. Ciò a fronte di 40 miliardi di interscambio, cifra però costituita per circa il 51% dalle esportazioni russe verso l’Italia di gas e petrolio.Il presidente Ferlenghi specifica il quadro della situazione per affrontare quindi i motivi che l’hanno generata e che sono essenzialmente tre. “Una prima causa è da individuare nel sistema di sanzioni (Usa e Ue) e controsanzioni che si sono susseguite in questi anni, insite sia nelle tecnologie che negli aspetti finanziari - elenca -. In contemporanea il rublo ha perso sull’euro il 45-50 per cento del suo valore, con la conseguenza che se un russo deve acquistare prodotti made in Italy deve pagare il doppio rispetto a prima. Non da ultimo, c’è stata una riduzione della domanda interna”. In questo quadro, però, altri importanti Paesi europei, per esempio la Francia e la Germania,

pur registrando anch’essi una flessione dell’export sono riusciti a perdere molto meno terreno rispetto all’Italia. Perché? Diversi i motivi, ma Ferlenghi evidenzia i più importanti e strategici: “Gli attori sono soprattutto grandi imprese e sono affiancate da un sistema finanziario molto più aggressivo del nostro, riuscendo così a supportare il partner russo per creare joint venture. Per i locali, infatti, reperire valuta significa sobbarcarsi interessi al 12-13%. I partner stranieri che riescono ad abbattere questi costi sono competitivi”. Alcune cifre dimostrano la fondatezza dell’analisi condotta in questi anni da Confindustria Russia: attualmente ci sono una cinquantina di joint venture italiane, quelle francesi, tedesche e cinesi arrivano a 3 mila. Un fenomeno favorito anche dalle politiche della Russia, che ha deciso di avvantaggiare fiscalmente le aziende estere che localizzano la produzione sul territorio russo. “Le sinergie commerciali non sono più sufficienti e non rappresentano il futuro - sintetizza Ferlenghi - il mondo industriale russo cerca partner per crescere”. Ad allettare i Paesi europei che già si sono allineati alle mutate condizioni c’è la possibilità di raggiungere un mercato euroasiatico da 180 milioni di persone, tra Russia, Armenia, Bielorussia, Kazakistan e Kirghizistan. Un trampolino da cui poter guardare anche alla Cina. Per supportare i suoi imprenditori, la Germania con il ministero dell’Economia, per esempio, “sta investendo 3 milioni l’anno con 30 specialisti a Mosca dedicati alle analisi di mercato”. Quali, dunque, le azioni che urgono in campo italiano? “Dobbiamo fare sistema e innanzitutto studiare le opportunità che ci sono, ponendoci alcune domande di fondo: si è competitivi rispetto agli altri soggetti esteri già presenti su questo mercato? E si è in grado di fare rete con fornitori locali?”. Accanto a un sistema di monitoraggio delle possibilità esistenti, “bisognerebbe far decollare il Fondo congiunto italo-russo, che non è mai partito dopo essere nato a Trieste con il Governo Letta”. Non da ultimo, occorre che al ministero dello Sviluppo economico “si costituisca un gruppo di lavoro per conoscere a fondo le condizioni russe e creare un modello italiano di presenza in quel Paese, costituito da imprese in grado di consorziarsi, banche di riferimento e la presenza dell’Ice”, conclude Ferlenghi, auspicando che da parte occidentale non si introducano nuove sanzioni, che sarebbero all’origine di altre controsanzioni.  

CONFINDUSTRIA RUSSIA
Ernesto Ferlenghi
Intervento del presidente di Confindustria Russia Ernesto Ferlenghi