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Di Cultura si vive, non si vegeta 
Il settore della cultura, se ben funzionante e a regime, porterebbe il nostro Paese a una consistente crescita. I numeri lo confermano 

Non solo un vertiginoso incremento a livello turistico, ma anche un importante progresso sul piano educativo e quindi sociale della cittadinanza. Questo sarebbe l’effetto di un sistema culturale organizzato e oliato con giusti fondi governativi. La conservazione e la valorizzazione del nostro invidiabile patrimonio culturale, quindi, dovrebbe essere una priorità per il Governo. Purtroppo così non è: il mondo dei beni culturali soffre di una cronica mancanza di denaro, di un disagio diffuso che parte dalla impossibilità di restaurare le opere e arriva fino alla carenza di personale dedicato (e dunque all’utilizzo di persone di buona volontà al posto di professionisti). Eppure di cultura l’Italia potrebbe vivere. Se prendiamo in considerazione il solo turismo culturale, per esempio, ne vediamo subito l’incredibile portata: il fenomeno interessa in special modo le grandi città, Roma, Firenze, Napoli, Pompei, Venezia, Torino, Milano, ecc. Analizziamo per un attimo l’economia che gira intorno ai tesori architettonici e museali di queste città. Lo scorso anno i loro monumenti e musei sono stati visitati da 6 milioni di persone (con un aumento del 45% rispetto agli ultimi 7 anni). Questi numeri sono significativi e aprono scenari e sfide che devono essere osservati con molta attenzione. Il riferimento è alla congestione di turisti nei periodi di picco stagionale, alle infrastrutture e alla mobilità, alla necessità di allargare le mete dei turisti in modo che possano essere sempre incuriositi anche da località meno blasonate, alleggerendo in questo modo quelle esageratamente affollate. Tutto ciò dovrebbe valere per tutti i 69 milioni di arrivi internazionali che sono stati previsti nel corso del 2018 (Ciset).

CULTURA ED ESPERIENZE: LA NUOVA FRONTIERA

Va detto anche che questi sono gli anni del “turismo esperenziale”, fenomeno giovane e altamente promettente che porta i turisti a voler vivere un luogo in maniera completa, entrando in contatto con un concetto di cultura meno standardizzato: la tradizione dei luoghi. L’idea è quella di trattenere qualcosa, vivere un momento significativo e significante per sé: più si sperimenta l’experience e più si diventa voraci di nuove e allettanti esperienze. La semplice accoglienza dell’hotel a cinque stelle e la visita al museo, pertanto, non possono più bastare, non sono più considerate le esperienze interessanti in senso assoluto. Occorre altro, di più allargato, di più profondo, di più vero. Il turismo esponenziale sta già muovendo numeri e spostando persone. Secondo un’indagine della Wit (2016), questo segmento vale oltre 40 miliardi di euro in Europa. Va da sé che una buona fetta sia destinata all’Italia. Infatti, nel 2017, le strutture ricettive hanno totalizzato 122 milioni di arrivi e oltre 427 milioni di presenze totali (rispettivamente +4,5% e +6% rispetto all’anno precedente). Tra l’altro, tutti gli ospiti generano una spesa pari a 39 miliardi di euro (+7,7% nel 2017), dunque fanno muovere l’economia. Il pacchetto ospitalità-attività culturale può essere valorizzato collegando insieme il territorio e i sistemi ricettivi in maniera più stretta. Questo è il motivo che ha spinto la Cna e Airbnb a creare una collaborazione per valorizzare le eccellenze del Paese. Il turismo esperenziale, infatti, può attingere alle tante competenze e conoscenze degli artigiani e delle imprese, perfette “fonti” per chi desidera toccare con mano la vera sapienza artigiana del Made in Italy.

ALTA FORMAZIONE ANCHE PER STRANIERI

L’Italia, d’altronde, vanta anche molte altre forme di cultura: la musica classica, le università, alcune tra le migliori del mondo, la cucina mediterranea… ambiti che, sempre più, si muovono secondo una visione più globalizzata del mondo. Ciascuno dei tre filoni culturali citati è in grado oggi di influenzare in larga misura l’economia italiana, attraendo studenti e professionisti da ogni paese del Pianeta. Abbiamo Conservatori di primo livello, praticamente in ogni regione d’Italia e in moltissime città. Del Resto il Bel Paese è la patria di musicisti importantissimi, da Verdi a Rossini, e non ha mai smesso di far parlare di sé in fatto di musica. Non esiste un conservatorio italiano che si possa definire il migliore in assoluto, a dimostrazione dell’eccellenza formativa offerta. Certamente vi sono i più rinomati: a Parma, a Napoli, Roma, Trieste, Firenze, Cagliari e Milano, ma tutti sono validi. I musicisti classici professionisti di tutto il mondo sono il prodotto dell’Alta formazione artistica musicale italiana. D’altra parte, anche alcune università nostrane hanno un enorme potere attrattivo, che si traduce in un indotto per il territorio, in termini economici e culturali. Pensiamo al Politecnico di Milano, l’Università Bocconi, la Sapienza di Roma, la Normale di Pisa, l’Università di Padova, e molte altre, realtà accademiche che nella classifica del QS World University Ranking abitano posizioni di tutto rispetto a livello mondiale e rappresentano il sogno e la speranza di migliaia di giovani che lasciano la propria terra per studiare negli istituti italiani. L’Italia ha moltissimo da dire al resto del mondo. Marketing culturale e social network sono gli strumenti che le realtà del settore hanno a disposizione per far crescere il dialogo e l’interesse. Certo, se ci fossero anche i finanziamenti dello Stato sarebbe perfetto. Ma questa è un’altra storia.