RICERCA & INNOVAZIONE
Il Nitruro di Gallio alla conquista dello spazio
Una tecnologia ormai rodata a terra, ma mai applicata a livello satellitare

Realizzare applicazioni spaziali ad alto livello di potenza all’interno dei satelliti tramite la tecnologia a nitruro di gallio. È un obiettivo comune a molte ricerche degli ultimi anni: questa tecnologia - applicata ormai da oltre un decennio in ambito terrestre – consente infatti performance notevoli a costi complessivi molto inferiori (di gestione, di manutenzione, di sviluppo hardware…) rispetto agli attuali standard TWTA. Ad oggi, però, non esistono ancora oggetti in volo che si basino sul nitruro di gallio. E fra i progetti che cercano di raggiungere l’obiettivo va annoverato “Flexgan”, un H2020 a cui partecipa il DIE, Dipartimento di Ingegneria Elettronica dell’Universtità di Roma Tor Vergata, che ha già al suo attivo lo sviluppo di diverse applicazioni in ambito ESA. “Il progetto è appena iniziato, e presuppone la realizzazione di un hardware che si compone di diverse parti – spiega il professor Paolo Colantonio, coordinatore per il DIE -. Noi siamo coinvolti nello sviluppo della radiofrequenza: ci occupiamo di tutto il trattamento del segnale, dall’ingresso all’amplificazione fino all’uscita”. In sintesi, il calendario dei lavori prevede, per il primo anno, la progettazione di circuiti integrati in nitruro di gallio, con l’azienda francese OMMIC; per il secondo, si svilupperà la catena dell’amplificazione e del trattamento del segnale; nel terzo e conclusivo, l’integrazione di tutti in blocchi (telemetria, telecomando, meccanica e via dicendo) e il test per portarli a livello di qualifica spaziale, con un hardware testato a terra, ma in condizioni space-like. L’obiettivo è dimostrare un inizio di fattibilità: poi, se tutto andasse bene, serviranno ancora alcuni anni prima di poter davvero applicarlo in volo. “Per il DIE, è un progetto pienamente in linea con le nostre attività di ricerca, ed al tempo stesso è assolutamente stimolante”, conclude Colantonio. “Perché a tutt’oggi l’università viene vista in maniera poco concreta, mentre questa attività – finalmente, dopo anni e anni di ricerca – ci permette di certificare la capacità di poter sviluppare hardware spaziale in un contesto pratico. Sviluppiamo elettronica di front-end per applicazioni satellitari, e questo è un bel riconoscimento per le nostre attività di ricerca...”.