RICERCA & INNOVAZIONE
L’energia che nasce dai rifiuti
Si è chiuso in Toscana con ottimi risultati un progetto sperimentale di economia circolare

Produrre energia da fonti rinnovabili, sotto forma di bioidrogeno e biometano, e ottenere un fertilizzante organico in grado di sostituire i tradizionali fertilizzanti chimici. Erano questi i principali obiettivi di “Bio2Energy”, un progetto da tre milioni di euro cofinanziato per metà dalla Regione Toscana (con fondi strutturali, attraverso il bando FAR-FAS 2014): il primo progetto a livello nazionale che esporta a scala preindustriale il trattamento di rifiuti organici e la conseguente produzione di biocombustibili, sfruttando la dotazione impiantistica presente all’interno di impianti già esistenti. Giunto ormai al termine – si chiude a marzo, ma i risultati ufficiali sono stati presentanti in un importante convegno a Firenze, a metà febbraio – Bio2Energy ha decisamente raggiunto i risultati previsti. “Siamo molto soddisfatti, abbiamo dato vita ad un progetto significativo nella logica dell’economia circolare, che è una delle più importanti linee guida dell’Unione Europea. In particolare, le azioni del progetto promuovono l’applicazione della Direttiva Quadro sui Rifiuti, in termini di recupero e smaltimento”, esordisce la ricercatrice Isabella Pecorini dell’Università di Firenze (partner di progetto assieme a SEA Risorse, PIN, Alia Servizi Ambientali, CNR-ICCOM di Sesto Fiorentino e Cavalzani Inox). “Le attività fondamentali si sono svolte al depuratore di Viareggio, dove abbiamo installato una nuova linea impiantistica sperimentale di codigestione anaerobica multifase, che ci ha permesso di dare vita a prodotti diversi partendo dai fanghi di depurazione e della FORSU, ovvero il materiale organico proveniente dalla raccolta differenziata”. Il progetto ha visto diversi step di realizzazione per poter arrivare ad attuare l’effettivo trasferimento tecnologico del processo di codigestione fanghi-FORSU a scala preindustriale. Dopo una prima fase di studi sperimentali a scala di laboratorio e a scala pilota per la determinazione dei parametri di processo ottimali per la gestione del processo, SEA Risorse ha implementato la dotazione impiantistica presente all’interno del depuratore comunale di Viareggio al fine di applicare il processo anche a scala preindustriale. Lo step principale è stato la realizzazione di un nuovo edificio di circa 400 metri quadrati all’interno dell’area del depuratore (quindi senza consumo di territorio vergine) destinato al pretrattamento della matrice organica prima del suo inserimento all’interno nella sezione di digestione anaerobica. La FORSU infatti necessita di un processo di trattamento preliminare prima di diventare substrato per il processo di codigestione. Dopo un’attenta selezione della FORSU in ingresso, garantita attraverso un’ottimizzazione del sistema di raccolta differenziata, essa è stata sottoposta ad una pressatura in modo da ottenere una purea tale da poter essere miscelata con i fanghi e quindi destinata alla digestione anaerobica. E l’utilizzo di una matrice organica rinnovabile in sostituzione di una sorgente fossile, e di rifiuti o sottoprodotti di un’industria come risorsa per un’altra, fa sì che il progetto rispetti i principi base della bioeconomia: concetto che determina la transizione della società verso uno sviluppo sostenibile garantito attraverso il recupero di materia ed energia. Da un lato, dunque, si sono ottenuti bioidrogeno e biometano (quest’ultimo, prodotto in quantità tale da pensare a un suo recupero come autotrazione); dall’altro il digestato, un biofertilizzante rinnovabile. “Un prodotto ottimo, a detta degli agronomi che lo hanno testato, soprattutto se mescolato con altre frazioni”, sottolinea Pecorini. Cosa sarà, ora, dei risultati raggiunti? “Scriveremo le linee guida del nostro modello, che sono replicabili in tutti i depuratori che hanno una linea di trattamento fanghi di digestione anaerobica – chiude la ricercatrice -. E porteremo le risultanze dello studio all’attenzione degli enti di programmazione, a livello regionale ma anche in altre realtà territoriali. Perché un’applicazione su vasta scala di questo modello - che permette una riduzione reale dei costi sia in termini economici sia ambientali, rispetto all’attuale sistema di gestione integrata dei rifiuti - potrebbe davvero sanare il deficit di trattamento dei rifiuti organici…”.