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Giuseppe Maschio, fondatore del corso di laurea magistrale in ingegneria della sicurezza civile e industriale

Gli scenari di rischio della transizione energetica

Le tecnologie verdi sono sempre sicure? Un pool di esperti ne valuta le caratteristiche per evitare problemi futuri

La transizione energetica è fra i processi più significativi del mondo attuale per le conseguenze positive che potrà portare al pianeta. Ma non si tratta di un processo privo di rischi in termini di sicurezza, anche se questa tematica è affrontata troppo raramente e spesso a posteriori.
Ne è convinto il professor Giuseppe Maschio, docente di Impianti chimici e Analisi del rischio all’Università di Padova (dove ha fondato il corso di Ingegneria della sicurezza civile e industriale) e referente della Commissione Nazionale Grandi Rischi. Proprio nell’ambito di questa attività - in partnership con soggetti del calibro di Protezione Civile, Vigili del Fuoco, Snam - il professore sta gestendo una ricerca che si occupa proprio della transizione energetica. “Si parla molto di nuove fonti, dell’impiego delle rinnovabili, degli indubbi vantaggi ambientali - sottolinea Maschio - ma non si parla mai degli scenari di rischio legati a questi processi”.
La domanda base è semplice e inquietante al tempo stesso: le tecnologie verdi sono realmente sicure? “In un momento come l’attuale, in cui stiamo investendo molto denaro su questi processi - a maggior ragione con gli scenari aperti dal Pnrr - nelle fasi di sviluppo e progettazione dovrebbe esserci anche una valutazione preliminare dei rischi, che invece non sempre è presente”.
Diversi sono gli aspetti su cui si focalizza l’attenzione del team di lavoro - dalle auto elettriche alle loro batterie, all’utilizzo di carburanti alternativi - ma l’argomento principale è il ruolo dell’idrogeno, cruciale per diversi settori della transizione. “Rispetto ai combustibili fossili, l’idrogeno ha caratteristiche chimico-fisiche notevolmente diverse. La bassa densità energetica richiede elevate pressioni di stoccaggio, oppure lo stoccaggio allo stato liquido a -250°: tutto ciò può creare problemi, sia tecnologici sia di sicurezza. Inoltre, la reattività chimica dell’idrogeno è molto più elevata rispetto a quella del metano, con più ampi campi di infiammabilità”. Caratteristiche che vanno tenute in considerazione sia negli impianti di produzione sia nei sistemi di trasporto, distribuzione e stoccaggio, soprattutto se riguardano il consumatore finale.
La ricerca è ormai a buon punto, nei prossimi mesi porterà a una campagna sperimentale e allo sviluppo di metodologie innovative per la valutazione del rischio. “Vogliamo affermare una cultura della sicurezza che sia alla base della progettazione futura - chiude Maschio - per non cadere negli errori del passato”. 

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Impianto di produzione e stoccaggio Green Hydrogen
Jet fire di Idrogeno, elaborazione da prove sperimentali

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