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Il gruppo di ricerca al completo: da sinistra i dottori Elsa Franchi, Alice Colombo e Stefano Manzini, la professoressa Giulia Chiesa e il dottor Marco Busnelli

Hdl e microbiota: un legame per curare l’aterosclerosi

Dall’interazione fra lipoproteine e intestino, Octopus: il progetto europeo sperimentale e clinico che potrebbe avere importanti ricadute

L’aterosclerosi, condizione patologica dei vasi arteriosi che ne comporta un ispessimento e li rende più vulnerabili, è alla base di eventi cardiovascolari acuti come l’infarto o l’ictus che costituiscono il principale rischio di morte in tutto il mondo. Le lipoproteine ad alta densità, in sigla Hdl, esercitano un duplice ruolo protettivo in questo contesto: rimuovono il colesterolo in eccesso e svolgono una funzione antinfiammatoria.

Chi possiede Hdl in quantità elevata, dunque, è meno a rischio di aterosclerosi. Altro elemento importante è il microbiota intestinale - ovvero l’insieme dei microorganismi che popolano il nostro tratto digerente - il quale produce metaboliti, anche a partire da componenti della dieta, che possono avere conseguenze importanti sulla salute umana. La relazione fra Hdl e microbiota, e quindi l’influenza di quest’ultimo sull’aterosclerosi, è al centro di un progetto europeo Jpi denominato “Octopus”, (bit.ly/2I5iRrg) che coinvolge ricercatori italiani, francesi e tedeschi, ed è coordinato dalla professoressa Giulia Chiesa del Dipartimento di Scienze Farmacologiche e Biomolecolari dell’Università degli Studi di Milano.

“Ci sono evidenze che hanno fatto partire il progetto: per esempio, in topi in cui non si producono Hdl, il microbiota cambia di composizione. Quindi le Hdl possono modificare la composizione del microbiota,  ma non sappiamo ancora come, sottolinea Chiesa. Il nostro obiettivo è valutare modelli con elevate Hdl, o al contrario con Hdl quasi assenti, per capire come influenzano il microbiota e come questo possa ripercuotersi sull’aterosclerosi”. Il progetto prevede sia una fase sperimentale sia una clinica. E se la prima fase si è ormai conclusa, grazie anche alla sperimentazione su topi “microbiota-free”, e si è in fase di analisi dei dati, sulla parte clinica il Covid ha creato comprensibili rallentamenti nell’arruolamento dei soggetti da studiare. Ma ciò non toglie entusiasmo a chi ci sta lavorando alacremente. “Speriamo davvero di dare un contributo significativo alle conoscenze sull’impatto delle Hdl su queste patologie, identificando nuovi meccanismi mai indagati prima, chiude Chiesa.

Se la nostra ipotesi è corretta, i risultati del progetto potranno contribuire a identificare nuove strategie dietetiche o farmacologiche in grado di ridurre l’incidenza delle patologie cardiovascolari”.

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