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Impianto idrovoro di Codigoro Acque Basse (visto da monte)

Il satellite in aiuto dello stress idrico

Grazie ai dati di Copernicus è possibile individuare nuove linee guida per la gestione della risorsa idrica a fini agricoli

Utilizzare i dati satellitari “free” che sono a disposizione grazie al programma Copernicus, per monitorare il comportamento di aree del Mediterraneo particolarmente stressate dal punto di vista idrico rispetto alla richiesta di risorsa a fini agricoli - anche a causa del ‘climate change’ - e individuare le linee guida per una migliore gestione, grazie a nuovi strumenti di modellizzazione idrogeologica e geo-meccanica. È l’obiettivo di un H2020 che si chiama “Reservoir” e ha una forte caratterizzazione italiana: ne è coordinatrice la professoressa Claudia Meisina dell’Università di Pavia, ma fra i partner più importanti (oltre a realtà spagnole, turche e giordane) ci sono anche l’Università di Padova - grazie allo staff del professor Pietro Teatini, chair Unesco del gruppo di studio della subsidenza - nonché il Consorzio che gestisce il Cer, Canale Emiliano-Romagnolo, nella doppia veste di partner e di utente finale. Fra le quattro aree pilota che il progetto sta monitorando, infatti, ce n’è una che è di diretta pertinenza dello stesso Cer: la zona del Ferrarese compresa fra le Valli di Comacchio, il mare Adriatico e la foce del Po, un territorio che, dopo essere stato a lungo interessato da problemi di subsidenza, oggi soffre soprattutto a causa dell’eccessiva salinizzazione delle acque. In un contesto di ricerca di questo tipo, l’utilizzo delle informazioni provenienti dal satellite è un vero cambio di paradigma. “Se con i dati satellitari misuro la subsidenza del terreno, posso capire la capacità che il sottosuolo ha di immagazzinare acqua - spiegano Meisina e Teatini - Questa è la principale novità: di solito in idrogeologia si utilizzano prove di pompaggio, con pratiche costose e che forniscono soltanto informazioni puntuali. Utilizzare il satellite ci permette invece di ottenere dati arealmente distribuiti grazie ai quali colleghiamo gli spostamenti del terreno all'estrazione di acqua di falda e alle proprietà degli acquiferi a scala regionale”. Fra due anni, a progetto concluso, l’obiettivo è avere metodologie di caratterizzazione dell’acquifero su grande scala, mappe di deformazione del suolo nelle quattro aree campione, e linee guida applicabili in altri contesti, mediterranei o meno. Ma già oggi le ricerche stanno dando apporti concreti, come testimonia Roberto Genovesi del Cer: “Usiamo i dati come test, sul territorio di Ferrara, per vedere quali sono i punti della rete che vanno in crisi a causa della subsidenza, e impediscono lo scolo ai canali. Un aiuto importante, per capire se in certe situazioni sarà necessario a breve inserire nuovi impianti idrovori”. 

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Complesso stabilimenti idrovori di Codigoro (visto da valle)
Monitoraggio altimetrico e batimetrico della costa (in rosso i valori da a?enzionare)

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