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L’innovazione che parte dalla ricerca

300 milioni di euro per ognuno dei cinque centri nazionali che vedono lavorare insieme industria e università su temi base per il Paese. “L’industria ha bisogno di nuove idee e il rapporto

Se la ricerca italiana è da sempre riconosciuta nel mondo in termini di eccellenza (il numero di pubblicazioni o gli indici dei giornali specializzati confermano la validità dei nostri ricercatori e pongono l’Italia ai vertici mondiali), a questo non si abbina un’analoga capacità di tradurre in pratica i risultati della ricerca stessa, in termini di brevetti o di applicazioni concrete. In verità, non è problema soltanto italiano: anche l’Europa è consapevole di scontare un gap complessivo al riguardo, rispetto per esempio agli Stati Uniti, dove la ricaduta applicativa della ricerca è molto più marcata che nel vecchio continente. Ecco perché recentemente la Commissione Europea, che vanta già da tempo uno specifico Council sulla ricerca, ha deciso di introdurne un secondo espressamente dedicato all’innovazione, e l’Italia si è subito allineata, con nuovi strumenti strategici e importanti investimenti. “Non sempre un buon ricercatore è anche un buon innovatore, a volte gli obiettivi sono diversi - sottolinea il professore emerito Luigi Nicolais, consigliere per le Politiche della Ricerca del Mur - L’interesse principe di un ricercatore è quello di sviluppare il settore scientifico per avere un riconoscimento forte, mentre l’innovazione è una cosa diversa, che parte sì dalla ricerca, ma ha il fine ultimo di soddisfare le esigenze del mercato”. Non a caso, per migliorare l’approccio applicativo della ricerca, nel momento in cui si è iniziato a ragionare di Pnrr anche il Mur ha deciso di investire in maniera mirata sulla dinamica “from research to business”, come recita lo slogan della Missione 4 Componente 2 del Pnrr. “È un cambio di mentalità - continua Nicolais - Per metterlo in pratica, siamo partiti dando vita a cinque centri nazionali che vedono lavorare insieme industria e università su temi base per il Paese, e li abbiamo finanziati con 300 milioni di euro ognuno. L’industria ha bisogno di nuove idee per la rapidità della transizione tecnologica, e il rapporto con l’università è fondamentale per questo”. I cinque nuovi centri sono dunque in rampa di lancio: riguardano rispettivamente “High performance computing and quantum computing” (con sede a Bologna), “Biopharma” (a Milano), “Agritech” (a Napoli), “Biodiversity” (a Palermo) e “Sustainable Mobility” (a Torino). In contemporanea, anzi ancor prima dell’avvio del Pnrr, il Governo ha inoltre varato con una apposita legge il Fondo Italiano per la Scienza, per finanziare la ricerca di base in maniera open, senza condizionamenti legati a specifici progetti. Puntiamo a favorire una ricerca libera, ‘blue sky’, per cui chiunque si ritenga in grado di farlo può esprimere idee che possano essere magari dirompenti in futuro. Non era mai successo prima, ma ora questo Fondo c’è: già sono stati assegnati i primi 50 milioni di euro, e a breve partono i bandi per il secondo anno di finanziamenti. Insomma, diverse cose si sono mosse in maniera strategica e sinergica. Ora occorre un altro passaggio fondamentale, sui cui il Ministero si sta concentrando. BIsogna modificare le normative che riguardano l’università e i concorsi, quelli che sono considerati spesso i colli di bottiglia del sistema italiano. Se in questi primi mesi ci si è, dunque, concentrati su investimenti importanti e concreti è stato perché i tempi del Pnrr erano molto stretti, ma ora serve una riorganizzazione: è necessario rivedere il sistema del Cnr e più in generale l’intero sistema a livello accademico, per essere più in linea con il resto dell’Europa. 

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