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Giorgio Parisi

La fisica italiana all’avanguardia nel mondo

Giorgio Parisi

“Noi abbiamo un’ottima scuola, buoni ricercatori a livello di laurea, ma già a quel punto a volte emigrano, e non tornano più”. Le riflessioni di Giorgio Parisi, professore di Teorie quantistiche alla Sapienza di Roma

 

Fin dai tempi di Enrico Fermi e dei “ragazzi di via Panisperna” - Segrè, Pontecorvo, Majorana e gli altri, nella prima metà del secolo scorso - l’Italia è stata unodei Paesi all’avanguardia nel campo della ricerca fisica. Una tradizione che continua ancora oggi, con insigni rappresentanti: fra i massimi va annoverato certamente Giorgio Parisi, presidente dell’Accademia dei Lincei e professore di Teorie quantistiche alla Sapienza di Roma, ricercatore dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e vincitore di due Advanced Grant dell’Erc European Reasearch Council, autore di studi fondamentali sulle reti neurali, sul bosone di Higgs, sui sistemi disordinati, sulle particelle elementari.

Qualche settimana fa, Parisi ha ottenuto un nuovo, importantissimo riconoscimento internazionale: il Wolf Prize, istituito nel 1978 dalla Fondazione Wolf in Israele e destinato ogni anno a scienziati e artisti che hanno prodotto “risultati nell’interesse dell’umanità e relazioni amichevoli tra le persone”. Un premio che, in passato, è andato fra gli altri a Stephen Hawking e Peter Higgs: il riconoscimento a Parisi ha come motivazione “le sue scoperte pionieristiche nella teoria quantistica dei campi, in meccanica statistica e nei sistemi complessi”. Insomma, l’ennesima conferma di una scuola di grande livello. “È vero, la fisica italiana è all’avanguardia - sottolinea il professore - C’è una scuola che risale ai tempi di Fermi, poi in seguito è stata fondata una realtà importantissima come l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, la nostra partecipazione a Cern è fondamentale, e l’attuale direttrice del Cern, l’italiana Fabiola Giannotti, è stata la prima ad essere riconfermata. E potrei citare altre esperienze di primissimo piano: come l’esperimento italo-francese Virgo, che rileva le onde gravitazionali dall’universo, o i buchi neri che collidono. Insomma, c’è tutta una serie di eccellenze che rendono la fisica una specie di oasi tranquilla rispetto al resto della scienza”. Una considerazione che sembra idilliaca: invece, al di là dei successi, Parisi non nasconde problematiche crescenti. “Un premio come quello che ho appena ricevuto vale fino a un certo punto, se nel concreto la nostra ricerca invecchia sempre più. Noi abbiamo un’ottima scuola, buoni ricercatori a livello di laurea, ma già a quel punto a volte emigrano, e poi non tornano più. Se guardiamo i vincitori dei bandi dell’Erc, l’Italia è il Paese in cui i cittadini ne vincono di più, anche in proporzione alla popolazione: ma solo la metà di loro rimane in Italia, la maggior parte emigra. L’Italia non è un Paese ospitale per i ricercatori, perché spesso aspetta che siano quarantenni per dare loro posti permanenti, e quindi i giovani studiosi non possono stabilizzarsi. Inoltre, le ricerche in Italia sono finanziate molto poco, e a ritmi molto inferiori rispetto ad altri Paesi. E questo ovviamente de-stimola la ricerca, e porta la gente all’estero: d’altro canto, gli scienziati e i ricercatori devono fare ricerca, e vanno dove è loro permesso farla bene”.

È una situazione davvero bizzarra: considerando anche che, paradossalmente, gli italiani sono sempre più affascinati dalla ricerca. “È vero: l’interesse del pubblico c’è, la materia e la ricerca sono affascinanti, il richiamo della scienza è importante e abbiamo tanti divulgatori che sanno comunicare bene, come Piero Angela o Pietro Greco, scomparso di recente, ma anche molti altri. Ma questo evidentemente non può bastare per modificare lo stato delle cose”.

Dunque, cosa si può fare? Uno stimolo può arrivare anche dagli stessi uomini di scienza, e chissà che non sia foriero di risultati. “Da pochi giorni - conclude Parisi -

un gruppo di scienziati di cui faccio parte ha inviato lettera aperta al primo ministro Draghi e ad altri ministri, che ricalca idee già espresse in passato a Conte: un documento in cui chiediamo che 15 milioni di euro dal Recovery siano destinati alla ricerca scientifica. Così che, una volta finito il Recovery, il budget per la ricerca sia aumentato in maniera strutturale di cinque miliardi. Che possono sembrare tanti, ma ci servono per arrivare almeno al livello dei francesi…”.

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