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Preservare i beni culturali dal climate change

Strumenti tecnologici per monitorare e difendere il patrimonio dagli eventi estremi legati ai cambiamenti climatici

Gli effetti devastanti dovuti ai cambiamenti climatici - dalle cosiddette “bombe d’acqua” alle inondazioni, fino alle siccità - possono avere ripercussioni nefaste anche sul patrimonio culturale: edifici storici, centri cittadini, aree di pregio a livello ambientale, storico o artistico rischiano di esserne irrimediabilmente danneggiate, se non si fa nulla. Ma per intervenire, soprattutto in maniera preventiva, i decisori politici (a qualsiasi livello, anche municipale) hanno bisogno di informazioni. Oggi la tecnologia è in grado di fornire apporti significativi. Ne è un esempio il progetto “Strench”, un Interreg che capitalizza il precedente “ProteCHt2save”: entrambi con l’obiettivo di fornire strumenti di supporto alla gestione e protezione del patrimonio culturale che si trovi in situazioni rischiose per effetto di eventi estremi legati al climate change. Il primo strumento elaborato dal progetto è una piattaforma con dati georeferenziati, che permette di identificare le aree di pericolosità. “Accoppiamo output della modellistica climatica, fornendo proiezioni a breve e lungo termine dei cambiamenti rispetto al passato; con dati di osservazione della terra provenienti dal programma Copernicus, che fornisce informazioni su precipitazioni, temperatura, variabili idrometeo”, spiega Alessandra Bonazza dell’Isac-Cnr (Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima), coordinatrice del progetto. L’area di studio monitorata comprende l’Europa e il bacino del mediterraneo. Per la identificazione del rischio, alla valutazione della pericolosità si unisce quella della vulnerabilità del singolo bene culturale, che è fatta a livello locale. E per ora è relativa ai siti pilota “a rischio” individuati nelle regioni dei partner del progetto, provenienti da una decina di Paesi: in Italia, la piazza della Cattedrale di Ferrara e il parco di Villa Ghigi a Bologna”. “Abbiamo messo a punto una metodologia che dà un rating del grado di vulnerabilità, poi spetta ai decisori locali seguirla. Noi li supportiamo con i nostri dati e il nostro know-how”. Strench è ormai al termine; la piattaforma è online, accessibile gratuitamente a tutti e fruibile anche ai non specialisti. “A progetto finito l’Istituto continuerà a seguirla - chiude Bonazza - sperando in ulteriori progetti di capitalizzazione per farla crescere ulteriormente”.

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