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Renzo Piano bulding workshop architects - PH Goldberg, Stefano RPBW

Quella postura umanista di Renzo Piano che ci occorre

Rinascita delle comunità e dell’intero Paese attraverso l’etica dell’architettura, del costruire, del ricostruire. Ce lo insegna l’impegno civico del grande architetto Renzo Piano

Puoi immaginarlo, in quelle riunioni con architett­i, tecnici, dirett­ori dei lavori: tra le facciate e le fonti di luce, indice nell’aria o con la matita pronta ad agire sul progett­o, parlerà di persone, di vite e dei loro movimenti immaginati dentro quella strutt­ura.

E ne parlerà con poche parole, ma robuste. E, se non saranno persone, saranno esseri viventi, anch’essi robusti come le parole: alberi, piante, cespugli, foreste. Renzo Piano è definito un’umanista, oltre che il più famoso architett­o al mondo. E ciò anche per questa sua ispirazione continua ad andare oltre l’empirica e mera “aedificatio”, interpretando quindi la missione di progresso ed etica dell’architett­ura.

Ci sarà bisogno di questa postura, negli anni delle sfide che il Pnrr ha posto per il nostro Paese, affinché le persone possano interagire con un’Italia migliore nel futuro, dal punto di vista strutt­urale e qualitativo. A partire proprio dagli edifici che accolgono i bambini, ci­ttadini del domani, nei primi anni di vita: la scuola e la casa. Da uno studio di Cdp Think Thank emerge che ciascuna delle oltre 60 mila scuole italiane avrebbe una criticità tra barriere archite­ttoniche, consumi energetici, progett­azione antisismiche, sopratt­utt­o nel Sud Italia e nelle periferie. Le diseguaglianze sociali e le mancate pari opportunità sono un corollario sillogistico amaro: del resto, una mobilità sociale anche nella percezione degli italiani è bloccata (ultimi dati Area Studi Legacoop/Ipsos: meno di 4 italiani su 10 si aspe­ttano un futuro migliore per i figli, su un campione di 800 casi), un messaggio sufficiente a farci capire che la forma, il “dove” interagisci fin dall’infanzia per relazioni, opportunità, formazione e studio, è anche una buona parte della sostanza.

Il Pnrr destinerà 5,4 miliardi all’edilizia scolastica, dedicando una buona parte dei fondi alla riqualificazione dell’esistente (3,9 miliardi) e una parte (800 milioni) alla costruzione di nuove scuole. Per le periferie, invece, la misura del Pnrr di riferimento sono i Piani Urbani Integrati, che prevedono interventi di rigenerazione con il recupero e la ristru­tturazione delle aree pubbliche, volti a recuperare spazi sociali e a innalzare la qualità di vita. 2,7 miliardi di fondi andranno a finanziare 31 piani di riqualificazione di periferie: 6 nel Napoletano, 5 nell’area di Roma e 4 nel Milanese. Occorre, dunque, far “cadere” queste opportunità su ispirazioni di sensibilità umana e di utilità alla comunità da qui e nel futuro. Pensarle a partire dalla comunità at­traverso, per esempio, quella logica dell’ascolto dell’“altro”, uno degli elementi del metodo Piano: piccoli workshop in cui sono presenti sì gli addett­i ai lavori (architett­i, capi cantiere, ingegneri) ma anche professionalità del tu­o estranee al sett­ore, che forse poco o nulla comprendono degli aspett­i tecnici, ma che di certo pensano e possono porre proprio quelle domande a cui gli addett­i ai lavori stessi - immersi nel loro punto di vista interno - non penserebbero mai. E se fosse proprio questo il vero “valore”?

Magari potrebbero intervenire sociologi, antropologi, insegnanti, collaboratori scolastici, educatori di strada, volontari di associazioni sui territori, i bambini, le ragazze, con quelle loro domande, forse non esperte di architett­ura certo, ma esperte dei loro spazi da rime­ttere in vita. Ecco, se fosse quella l’Italia che può emergere, allora penserei a Renzo Piano e al suo rapporto speciale con Genova.

I giorni dopo il 14 agosto 2018 la citt­à era trafitta, piangeva 43 morti e aveva visto sbriciolarsi il ponte Morandi, centrale per la viabilità ci­ttadina e per l’economia dell’intero Nord Ovest italiano. Dopo due se­imane, Renzo Piano aveva pronto in dono per la sua citt­à il disegno di quello che oggi si chiama “Ponte Genova San Giorgio”.

Penso che anche per Renzo Piano ci sia voluta tanta forza d’animo. E che lui lo abbia fatt­o anche per dare un segno di rinascita, utilizzando il criterio visivo della nave, che per i genovesi è imago per eccellenza di coraggio e forza. Così oggi quell’Italia, che vuole assumersi un serio principio di responsabilità verso le nuove generazioni: con quella stessa forza.

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Ponte Genova San Giorgio

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