Quella postura umanista di Renzo Piano che ci occorre
Rinascita delle comunità e dell’intero Paese attraverso l’etica dell’architettura, del costruire, del ricostruire. Ce lo insegna l’impegno civico del grande architetto Renzo Piano
Puoi immaginarlo, in quelle riunioni con architetti, tecnici, direttori dei lavori: tra le facciate e le fonti di luce, indice nell’aria o con la matita pronta ad agire sul progetto, parlerà di persone, di vite e dei loro movimenti immaginati dentro quella struttura.
E ne parlerà con poche parole, ma robuste. E, se non saranno persone, saranno esseri viventi, anch’essi robusti come le parole: alberi, piante, cespugli, foreste. Renzo Piano è definito un’umanista, oltre che il più famoso architetto al mondo. E ciò anche per questa sua ispirazione continua ad andare oltre l’empirica e mera “aedificatio”, interpretando quindi la missione di progresso ed etica dell’architettura.
Ci sarà bisogno di questa postura, negli anni delle sfide che il Pnrr ha posto per il nostro Paese, affinché le persone possano interagire con un’Italia migliore nel futuro, dal punto di vista strutturale e qualitativo. A partire proprio dagli edifici che accolgono i bambini, cittadini del domani, nei primi anni di vita: la scuola e la casa. Da uno studio di Cdp Think Thank emerge che ciascuna delle oltre 60 mila scuole italiane avrebbe una criticità tra barriere architettoniche, consumi energetici, progettazione antisismiche, soprattutto nel Sud Italia e nelle periferie. Le diseguaglianze sociali e le mancate pari opportunità sono un corollario sillogistico amaro: del resto, una mobilità sociale anche nella percezione degli italiani è bloccata (ultimi dati Area Studi Legacoop/Ipsos: meno di 4 italiani su 10 si aspettano un futuro migliore per i figli, su un campione di 800 casi), un messaggio sufficiente a farci capire che la forma, il “dove” interagisci fin dall’infanzia per relazioni, opportunità, formazione e studio, è anche una buona parte della sostanza.
Il Pnrr destinerà 5,4 miliardi all’edilizia scolastica, dedicando una buona parte dei fondi alla riqualificazione dell’esistente (3,9 miliardi) e una parte (800 milioni) alla costruzione di nuove scuole. Per le periferie, invece, la misura del Pnrr di riferimento sono i Piani Urbani Integrati, che prevedono interventi di rigenerazione con il recupero e la ristrutturazione delle aree pubbliche, volti a recuperare spazi sociali e a innalzare la qualità di vita. 2,7 miliardi di fondi andranno a finanziare 31 piani di riqualificazione di periferie: 6 nel Napoletano, 5 nell’area di Roma e 4 nel Milanese. Occorre, dunque, far “cadere” queste opportunità su ispirazioni di sensibilità umana e di utilità alla comunità da qui e nel futuro. Pensarle a partire dalla comunità attraverso, per esempio, quella logica dell’ascolto dell’“altro”, uno degli elementi del metodo Piano: piccoli workshop in cui sono presenti sì gli addetti ai lavori (architetti, capi cantiere, ingegneri) ma anche professionalità del tuo estranee al settore, che forse poco o nulla comprendono degli aspetti tecnici, ma che di certo pensano e possono porre proprio quelle domande a cui gli addetti ai lavori stessi - immersi nel loro punto di vista interno - non penserebbero mai. E se fosse proprio questo il vero “valore”?
Magari potrebbero intervenire sociologi, antropologi, insegnanti, collaboratori scolastici, educatori di strada, volontari di associazioni sui territori, i bambini, le ragazze, con quelle loro domande, forse non esperte di architettura certo, ma esperte dei loro spazi da rimettere in vita. Ecco, se fosse quella l’Italia che può emergere, allora penserei a Renzo Piano e al suo rapporto speciale con Genova.
I giorni dopo il 14 agosto 2018 la città era trafitta, piangeva 43 morti e aveva visto sbriciolarsi il ponte Morandi, centrale per la viabilità cittadina e per l’economia dell’intero Nord Ovest italiano. Dopo due seimane, Renzo Piano aveva pronto in dono per la sua città il disegno di quello che oggi si chiama “Ponte Genova San Giorgio”.